lunedì 1 giugno 2009

DIGITAL DIVIDE E DISABILI


Oggi, il mio Google Alert mi ha segnalato questo importante articolo, che apre una nuova (per me, distratta) breccia sul tema del Digital Divide, che desidero condividere con tutti voi.

L'autore è Filippo Vendrame (su Blog onsADSL).


Sicuri che il Digital Divide si risolva portando la banda larga a tutti?


In questo periodo, pieno di rapporti preoccupanti per lo “sviluppo della banda larga” in Italia e nel resto del mondo, ci si interroga su quale sia la strada migliore per sopperire alla gravi lacune digitali che attanagliano il nostro bel Paese.
Nuove reti, fibra ottica, reti wireless, WiMax, tutte cose che andranno sicuramente realizzate con investimenti seri e con progetti reali di medio e lungo termine.
Ma siamo sicuri che per superare il digital divide basti portare un cavo o un’antenna e dare ad ogni utente un computer?
Molti probabilmente risponderebbero di si e sinceramente fino a poco tempo fa anche io sarei stato di questa idea. Portare la banda larga e dare una corretta alfabetizzazione informatica erano più che sufficienti per garantire il superamento del Digital Divide che fa da spartiacque tra un Paese “arretrato” e un Paese “Evoluto”.
Ma pochi giorni fa, durante una chiacchierata pubblica su un famoso Social Network tra me e un mio amico sul tema del Digital Divide, si è casualmente intromessa una terza persona che ha fatto una sottolineatura che merita attenzione.
Il Web, i contenuti multimediali presuppongono che gli utenti siano in possesso di requisiti fisici (vista, udito, mobilità) nella norma. Ma le persone che purtroppo soffrono di alcune disabilità, possono accedere ai nuovi servizi che la banda larga può offrire?
La risposta è no, ed è qui che si apre il nodo della questione. Potremo portare anche la banda larga a tutti, ma se comunque una fetta degli utenti non potrà comunque accedervi, il Digital Divide non potrà certamente definirsi superato.
È un aspetto questo che viene messo spesso in secondo o addirittura in terzo piano, ma invece se ne dovrebbe iniziare a parlare molto di più. Sono pochi i siti o le risorse multimediale adattate ai disabili, ed è necessario fare molto più più. La banda larga e i nuovi servizi devono essere davvero a disposizione di tutti.

sabato 30 maggio 2009

DON GINO RIGOLDI, LA PROVINCIA DI MILANO, OLPC


La Provincia di Milano sostiene il programma One Laptop Per Child (OLPC) del MIT e il progetto di Comunità Nuova Onlus "Comunità Nuov(a)i Media": il 21 aprile 2009 si è svolta la giornata di presentazione del progetto.


"A mano a mano che aumenta la penetrazione dei media di informazione in un sistema sociale, i segmenti di popolazione con lo status socio-economico più alto tendono ad acquisire l’informazione più velocemente dei segmenti di più basso livello socio-economico, così che lo scarto di conoscenza tra questi segmenti tende a crescere piuttosto che a diminuire."
Tichenor, Donohue e Olien
(“Mass Media and Differential Growth in Knowledge”)

Il progetto

“Give one, get one” (G1G1) è l'ultima idea in materia di aiuti allo sviluppo e in particolare all'educazione di un bambino povero: comprare due computer portatili low cost, il famoso “XO-1” creato da Nicholas Negroponte, e regalarne uno a un bimbo del cosiddetto Terzo Mondo.
Il laptop di Negroponte ha alcune caratteristiche che lo rendono facile da usare, proprio come giocattolo. Viene azionato da una semplice manovella. Lo si ricarica con l'energia solare o con una pompa a pedale. E ha un sistema operativo basato sull'open source Linux.
A sviluppare il progetto, nel 2005, fu l'organizzazione "One laptop per child" (OLPC), società no-profit del Delaware, creata da Negroponte e altri membri del Media Lab del celebre Mit (Massachussets Institute of Technology).
Inizialmente solo i governi potevano acquistare i computer in stock di grandissime quantità, ma dal novembre del 2007 è partita una campagna che ha permesso l’acquisto delle macchine anche da parte dei privati.

Comunità Nuova Onlus con il progetto Comunità Nuov(a)i Media ha aderito al programma "One laptop per child" (OLPC) per l’acquisto e la diffusione dei computer “XO-1” sul territorio della provincia di Milano, dove l’associazione opera con le sue attività.

I computer saranno:
- distribuiti in Romania, Kenia e Palestina attraverso le organizzazioni con cui l’associazione opera in questi paesi (vedi sopra);
- utilizzati per favorire la riduzione del “divario digitale” che riguarda anche una larga parte della fascia di popolazione giovanissima nel territorio della provincia di Milano, attraverso 2 azioni:
a) la promozione presso le strutture dell’associazione sopra descritte di attività laboratoriali rivolte alla fascia 5-11 anni;
b) l’assegnazione diretta della maggior parte delle macchine acquistate dal progetto a minori considerati particolarmente meritevoli per la presenza di condizioni di svantaggio socioeconomiche e di predisposizione all’apprendimento di capacità per lo sviluppo della creatività e della crescita in generale.

venerdì 29 maggio 2009

NON C'E' CRISI PER I TECNORIFIUTI

Cari amici, recentemente in una lettura del Prof. Munari venivamo messi in guardia sulla necessità di passare da una filosofia "imperialista" del "mors tua vita mea" all'etica del "vita tua vita mea", perché, al di là di considerazioni morali, non è più possibile considerare - nella situazione mondiale attuale - che esistano terre di nessuno, spazi-tampone (geograficamente e culturalmente) che consentano di regolare gli squilibri economici che ancora sono sotto i nostri occhi e di cui noi, fra l'altro, beneficiamo. Fra gli esempi riportati dal Prof. c'era proprio quello relativo ai rifiuti, abbandonati senza scrupoli in terre lontane (ma neanche sempre, perché parecchi esempi ci sono anche a "casa nostra").
Ecco perché sono stata colpita dall'articolo scritto da tal Giorgio Pontico e pubblicato sulla rivista "Punto Informatico" proprio oggi e che riporto di seguito.

Non c'è crisi per i tecnorifiuti
Roma - Secondo un rapporto complilato dall'organizzazione ambientalista Basel Action Network (BAN) l'ondata di rifiuti hi-tech avrebbe raggiunto anche l'Africa.
Computer, cellulari, scanner e stampanti, gli scarti tecnologici dei paesi ricchi prendono la via di quelli in via di sviluppo come parziale rimedio al loro enorme divario digitale.
Una volta sul posto, però, invece di finire tra le mani di chi ne ha bisogno vengono ammassati in enormi discariche inquinanti.
Se fino ad ora le mete preferite dai trafficanti di immondizia cybernetica erano situate in Asia, con un occhio particolare per le province più povere della Cina, adesso le rotte sembrano convergere verso il continente africano, ricalcando in parte quelle del tristemente noto commercio triangolare.Infatti l'ultima denuncia del gruppo ambientalista riguarda una raccolta di materiale elettronico in disuso effettuata nei dintorni di Pittsburgh, negli Stati Uniti. EarthECycle, la società incaricata dello smalitmento, avrebbe invece riempito sette container spedendoli poi a Hong Kong e in Sud Africa.
Sul rapporto si legge che quelli diretti verso l'ex protettorato britannico sarebbero stati intercettati e rispediti al mittente, mentre il carico diretto in Sud Africa dovrebbe essere arrivato nel porto di Durban.

Generalmente gli USA non vietano questo tipo di esportazioni, ma uno dei container fotografati segnalati da BAN conteneva esclusivamente vechi monitor CRT, per i quali non è consentito l'espatrio senza il consenso della nazione cui sono destinati.
Nonostante gli stessi produttori di hardware incoraggino il riciclaggio pulito secondo la Environmental Protection Agency statunitense nel 2008 solo il 20 per cento degli scarti elettronici è stato riciclato all'interno del territorio USA.
La stragrande maggioranza di ciò che è rimasto è stata inviata oltreoceano.
Le autorità portuali di Lagos, uno dei più importanti centri urbani della Nigeria e meta di molte discariche galleggianti, lamentano l'arrivo ogni mese di una grande quantità di inutile ferraglia: solo il 25 per cento dei prodotti scaricati da 500 container è considerato riutilizzabile.
In molti di questi paesi la conseguenza di questi traffici è che ingenti quantità di e-waste vengono prima radunate in discariche dal vago sapore cyber-punk, e poi bruciate: il tutto senza la minima considerazione del pericolo ambientale costituito dalle nubi tossiche sprigionate da questi roghi.

mercoledì 27 maggio 2009

E' NATA LA BIBLIOTECA DIGITALE MONDIALE


Cari amici, Francesco Bazzini ha pubblicato nella rivista on-line www.ilReporter.com un interessante articolo, che dona una parentisi di ottimismo in un tema tanto ostico, e che di seguito riporto:

Paradossi del mondo globalizzato: una rete per viaggiare veloci nel mondo e ancora tanta lentezza nello sviluppo di una cultura condivisa, accessibile da chiunque e quindi assolutamente gratuita.
Ovviamente la sfida è stata raccolta dai più coraggiosi. Tra questi l’Unesco che ha da poco inaugurato la propria World Digital Library nel suo quartier generale a Parigi. Un sito web che offre libero accesso a libri rari, manoscritti, mappe, fotografie e film provenienti da tutto il mondo.
Una collezione di vero e proprio materiale introvabile: dai testi dell’antica Cina agli scritti provenienti dall’America Latina in un turbinio di pagine che mirano a portare all’occidente quei tesori “non europei” riducendo anche il “divario digitale” esistente tra i ricchi e i poveri nel mondo.
Questa biblioteca multimediale sarà accessibile da subito in sette lingue: inglese, arabo, cinese, portoghese, francese, russo e spagnolo. Il tutto messo in piedi anche dalle donazioni di materiale da parte del Brasile, dell’Inghilterra, Arabia Saudita, Cina e molte altre nazioni. E la volontà è di costruire una rete di sessanta paesi prima della fine dell’anno (Slovacchia, Messico, Uganda e Marocco si sono già prenotati).
Il capo mastro nel cantiere della World Digital Library è James Billington che operando in stretta collaborazione con Koichiro Matsuura, Direttore Generale dell’Unesco, non nasconde le sue speranze e i profondi motivi che l’hanno spinto a occuparsi di questo progetto:
“Questo è un modo per stimolare le persone a pensare all’interazione tra culture. Ci auguriamo di poter incrementare la comprensione tra popoli e anche la curiosità del mondo verso i risultati culturali dell’umanità. E il bello di questo sistema è che non pregiudica chi vi si avvicina. È per tutti”.
Il sito è diviso in zone geografiche. Ogni click su di una zona ci permette di navigare dentro i contenuti culturali di quel Paese. E già decine di migliaia di foto e pagine sono state digitalizzate messe in rete per i primi visitatori.
Tra i materiali spiccano manoscritti islamici provenienti da Mali, una delle capitali millenarie dell’arte del manoscritto. Ma i visitatori potranno anche vedere la copia del Racconto di Genji, un gioiello della letteratura giapponese e romanzo più antico al mondo. E se questo non bastasse, possiamo pure dare un’occhiata alla prima mappa geografica a riportare la dicitura “America”.
Insomma, un viaggio imperdibile nei meandri della cultura umana globale. Tutto a portata di click.

martedì 26 maggio 2009

NOVE VERITA' SUL DIVARIO DIGITALE


Ecco un articolo pubblicato sul sito



Spero di non escludere nessuno dei potenziali interessati a questo documento, visto che è in inglese ... io, con il mio "sudato" livello A2 me la sono cavata (o così credo) !



Nine Digital Divide Truths
Ten years of efforts to reduce the Divide have not been for nothing. Here are the lessons learned about Closing the Digital Divide. All these lessons have been incorporated into the model being developed in Indonesia by DigitalDivide.org and its partners. Truth Number One: The Divide is widening, now narrowing, and at an ever-increasing rate.
Truth Number Two: Closing the Digital Divide may be the only way to make globalization work for the poor.
Truth Number Three: The consequence of not closing the Divide is terrorism.
Truth Number Four: Closing the Digital Divide is fundamentally about empowerment, that is, it is about using new technologies to empower the poor just as they now empower the rich.
Truth Number Five: Closing the Digital Divide is the only way to sustain the growth of world markets.
Truth Number Six: World leaders from every sector -- business, government, academia, NGOs -- can benefit from closing the Divide. Yet no one sector has the incentives to lead the effort to close the Divide.
Truth Number Seven: Closing the Digital Divide requires building an "enterprise ecosystem" that offers "end to end solutions" for the poor.
Truth Number Eight: The midlevel countries in relatively advanced emerging markets, not the poorest countries, are the best settings for experimental efforts to close the Digital Divide.
Truth Number Nine: Closing the digital divide involves using new technologies to formalize the "informal economy," thereby bringing the poor into established markets.


TRUTH NUMBER ONE: The Divide is widening, not narrowing, and at an ever-increasing rate.
Here's the key point: Yes, the poor are being given access and, chances are, in most countries virtually every citizen will eventually have his or her own wireless access device (or shared use of one in a village). But such access could hurt them, not help them, by loosening the bonds of tradition and enticing them with the allure of unsustainable consumerist culture. Imposing this culture in rural villages could easily lead to a youth's decision to drive a motor bike into the city, adding to traffic gridlock and global warming. A recent World Bank report, noting the spread of networks into the rural areas of Thailand, argues that the quality of digital access being received by low income. This is one-way, entertainment-oriented, commercial and technologically backward and may be accelerating the exodus of untrained youth from rural areas into cities. Like poor nations brutally exposed to market forces weighted against them, rural youth entering the cities with Playstation2 images of Lara Croft dancing in their heads, may not be well equipped for the challenges that await them in cities such as Bangkok.
The nature of the problem is that, unless they are guided by wise policy and practices by ICT stakeholders, ICT market-development activity will inevitably look to the quickest returns on investment in serving the poor. Without a strong background in formal schooling and effective online turoring delitered in homes, most of the poor lack demand for uplifting applications and are vulnerable to gamboling and entertainment applications as forms of escapism. The problem isn't the marketers' -- their job is to deliver Returns on Investment as quickly as possible. The problem is that marketers are disempowering users, not empowering them. Marketing is a tool that should be used to build demand for ICT applications that uplift the poor from poverty.
TRUTH NUMBER TWO: Closing the Digital Divide may be the only way to make globalization work for the poor.
One of the most damning statistics about globalization is this: in 1990, the world's most affluent 20% of citizens were garnering 85% of the wealth. By 2000, that figure had doubled, while the percentage of wealth held by the poor was cut in half from eight to four percent. By 2010, it will probably double again. Noting that in this period digital technology became the driving force of globalization, Nobel economist Joseph Stiglitz was correct when he asserted that new technologies are driving this inequity.
All the big multinational corporations claim that digital technology really is about empowerment. But none of them go very deep in explaining how empowerment works – and they lack the measures that separate technology applications that empower as well as applications that do the opposite. The challenge, then, is to shift the incentive structure that shapes ICT stakeholder activity so that the poor, as well as the rich, become the object of the brainpower designed to meet their needs. Clearly, all reasonable notions about how to reduce poverty depend on ICTs.
TRUTH NUMBER THREE: The consequence of not closing the Divide is terrorism.
Remember Irish terrorism? After Irish kids got recruited into high tech jobs, they forgot about their parents religious grievances and terrorism disappeared. Today's pockets of terrorism are also pockets of digital exclusion. Most strategies for reducing the appeal of terrorism focus on ending the isolation of those who are currently good candidates for being recruited into terrorist organizations, e.g. the rural poor, especially those who have a gripe against modernism. Terrorism in Ireland was dramatically reduced in the mid-90s when ICTs were broadly disseminated throughout the Irish economy. A failure to close the Digital Divide may well undermine any efforts to resolve the underlying problems leading to terrorism.
TRUTH NUMBER FOUR: Closing the Digital Divide is fundamentally about empowerment, that is, it is about using new technologies to empower the poor just as they now empower the rich.
When the ICT industries talk about providing "end-to-end solutions" to users, they are talking about fulfilling aspirations of users, that is empowering them. Thus, closing the Digital Divide must necessarily involve empowering the poor by closing studying their circumstances and then finding ways to shift the context that reinforces their poverty.
TRUTH NUMBER FIVE: Closing the Digital Divide is the only way to sustain the growth of world markets.
Without extending ICTs to the second-through-six billion population of consumers, world markets will be contained to a small group of one billion users who have already saturated markets for the major ICT markets, e.g. for cell phones, computers and software. As prices drop, the private sector will face dropping prices, deflation and overcapacity unless new customers emerge. The only places new customers exist is among the low-income. The only way to reach them affordably and profitably is through ICTs.
TRUTH NUMBER SIX: World leaders from every sector -- business, government, academia, NGOs -- can benefit from closing the Divide. Yet no one sector has the incentives to lead the effort to close the Divide.
This is the tragedy of the Digital Divide. Everyone stands to gain from closing the Divide -- the private sector gets markets, philanthropists get poverty-reduction, governments become more productive, academic institutions can become spurs for their countries' economic growth. Yet the Divide is not being closed because no one has the incentive to be prime-mover, that is, to take on the role of aligning all the other sectors in efforts to close the Divide.
TRUTH NUMBER SEVEN: Closing the Digital Divide requires building an "enterprise ecosystem" that offers "end to end solutions" for the poor.
This has been the most significant conclusion from a full decade of experiments in closing the Divide. You must offer the poor an integrated, holistic solution via information and communications technologies.
TRUTH NUMBER EIGHT: The midlevel countries in relatively advanced emerging markets, not the poorest countries, are the best settings for experimental efforts to close the Digital Divide.
The places that have produced the most innovation in closing the Divide are India, China, Thailand, Costa Rica and Estonia. Poorer countries, such as Mali or Ghana can be settings for various useful projects, but they don't make good settings for showing how all ICT stakeholders could be aligned to close the Digital Divide. It may not seem fair, but the poor countries must learn from the experience of wealthier countries, not the other way around.
TRUTH NUMBER NINE: Closing the digital divide involves using new technologies to formalize the "informal economy," thereby bringing the poor into established markets.
One of the big new ideas about how to overcome poverty is to give the poor access to public lands that they in effect control, extend credit to the poor, and eliminate the illegal grey markets that sell counterfeit goods, legalize prostitution and so forth. All these changes become possible through information and communications technologies.

giovedì 21 maggio 2009

SE FACEBOOK ALLARGA IL DIGITAL DIVIDE


Cari amici, Roberto Venturini ha pubblicato il 15 maggio scorso su Apogeo Online (un Webzine di cultura digitale) un articolo interessante sul tema del Digital Divide che descrive bene quanto il fattore economico condizioni l'abbattimento dei divari digitali, e non solo.
Ecco di seguito poche righe introduttive all'articolo che ne anticipano il contenuto:
Soddisfare l’utente contemporaneo per un grande social network significa investire su connettività e tecnologia. Ma che cosa succede in quelle parti del mondo in cui (economicamente) il gioco non vale la candela?
Se siete stati solleticati da questo "aperitivo" di seguito trovate il link all'articolo completo!

lunedì 18 maggio 2009


Cari amici, nel numero 925 del 16 maggio di Masada ho trovato un articolo sul Digital Divide "La connettivita’ breve vista nel quadro storico di ‘conoscenza e potere" di Viviana Vivarelli, che contiene a mio giudizio alcuni spunti interessanti.
Dato che il tema si presta, proprio per la sua natura, anche a commenti di natura politica, preferisco in questo blog tralasciare gli aspetti più fortemente politicizzati (non vuole essere questo il luogo), per lasciare spazio ad aspetti più tecnici. D'altro canto, chiunque fosse interessato all'articolo integrale può recuperarlo grazie ai riferimenti.
Ecco quindi alcuni stralci (e non me ne voglia l'autrice dell'articolo):
Per divario digitale si intende la disparita’ tra chi usa internet, pc, banda larga ecc e chi no. E’ ovvio che il progresso di un paese passa anche da questo, separando il terzo mondo dal primo, ovvero i paesi perdenti da quelli che hanno qualche chanche in piu’ di salvare il futuro.
In uno stato moderno, oggi, l’analfabetismo informatico e’ inaccettabile e costituisce un grave impedimento allo sviluppo, creando disuguaglianze che si riflettono sull’economia, lo sviluppo, la conoscenza e la liberta’.
(…)
Le forme di analfabetismo sono tante e l’analfabetismo informatico e’ da aggiungersi a quelli precedenti.
Secondo l’Unesco, su 6,8 miliardi di abitanti del pianeta, poco meno di un miliardo e’ analfabeta totale, cioe’ non sa leggere e scrivere affatto. Di questo, due terzi sono donne. Molto piu’ ampio e’ l’analfabetismo funzionale, cioe’ la capacita’ di usare scrittura, lettura e calcolo nella vita quotidiana. Se poi si valuta analfabeta un soggetto che non capisce il senso di un semplice articolo di stampa, analfabetismo concettuale, i numeri salgono ancora. A questo dobbiamo aggiungere l’analfabetismo di ritorno, cioe’ la palese ignoranza di chi, pur avendo una scolarizzazione di base e persino una laurea, cade in pesanti svarioni ..
(...)
Analfabetismo di un popolo vuol dire minorita’, soggezione, illiberta’.
Visto che la liberta’ passa dall’informazione, non esiste miglior mezzo per il totalitarismo che tenere la popolazione nell’ignoranza.
(…)
Ovviamente, se non sarai in grado di poterti informare e di capire quel che accade intorno, se metterai il tuo cervello all’ammasso, sarai poco capace di realizzare te stesso, di far progredire la tua vita, di partecipare pienamente alla societa’ in cui vivi, di liberarti dai tuoi impedimenti. Sarai schiavo.
Oggi, per raggiungere scopi umani, non basta piu’ saper leggere e scrivere, occorre saper usare in modo conveniente un computer (...).
Anche il fatto che vi sia un tale numero di donne tra gli analfabeti, minimali o funzionali, risponde ad un certo tipo di politica molto sbrigativo e grezzo, che intende assoggettare nell’oscuro luogo del non potere la meta’ del genere umano, riducendola a funzioni subordinate e di sott’ordine, persino inumane, in cui al non riconoscimento della liberta’ delle menti si associa sempre inevitabilmente il non riconoscimento della dignita’ dei corpi.
(…)
Uno dei grandi scopi che l’ONU ha messo nei programmi del Millennio e’: mettere tutti nella possibilita’ di usare gli strumenti informatici, navigare velocemente sul web, servirsi dei programmi e tenersi aggiornati.
(...)
Chi e’ povero non accede all’informatizzazione e i paesi poveri sono esclusi dal mercato dei prodotti informatici.
Vediamo pero’ risultati notevoli in un subcontinente come l’India, dove nel 98 abbiamo la Dichiarazione di Bangalore sulla tecnologia informatica per lo sviluppo del paese.
Si dice: ma come si puo’ portare il pc a gente che e’ povera e analfabeta? Si puo’. Yunus, il banchiere del Bangladesh inventore del microcredito, dopo aver iniziato le sue Grameen Bank per incentivare microprestiti alle donne piu’ povere, le ha spinte alla gestione di cellulari satellitari usati come telefoni pubblici nei villaggi e dopo all’uso di computer. Yunus ha usato l’invenzione del SIMputer, dicendo “Sara’ una lampada di Aladino nelle mani dei poveri", si tratta di un pc portatile e a basso costo utilizzabile anche dagli analfabeti e pensato per informatizzare le masse rurali del Sud del mondo. Ha l’aspetto di un palmare, ha un sistema di riconoscimento vocale, adotta il sistema operativo gratuito Linux, garantisce l’accesso a Internet e costera’ solo 180 euro. SIMputer e’ l’acronimo di Simple, Inexpensive, Multi-lingual computer, un computer semplice ed economico per sconfiggere il digital divide, il divario tecnologico tra i ricchi e i piu’ poveri, e’ un pc a basso costo, non basato su linguaggio scritto, ma visivo, che permette, attraverso il collegamento a Internet, per creare i mezzi e la cultura necessaria alle attivita’ online per i mercati in difficolta’. Anche qui troviamo alle spalle l’Istituto Indiano per l’Informatica e l’Automazione, e l’importante industria di software Ancore sita a Bangalore.
Il Segretario Generale dell’ONU ha annunciato all’interno del suo Rapporto per il Millennio due iniziative di grande rilievo: la realizzazione di una nuova Rete Sanitaria per i paesi in via di sviluppo e l’istituzione di un Servizio delle Nazioni Unite per la Tecnologia e l’Informazione chiamato UNITeS.
La Rete Sanitaria promossa dalle Nazioni Unite e attualmente coordinata dall’Organizzazione Mondiale della Sanita’ intende fornire un valido aiuto al problema dell’Assistenza Sanitaria nei paesi in via di sviluppo, sfruttando le enormi potenzialita’ offerte alle nuove tecnologie. Il piano prevede la creazione di diecimila siti online posti a disposizione degli ospedali, delle cliniche e delle strutture sanitarie pubbliche presenti in questi paesi, cosi’ da favorire l’accesso ad informazioni mediche e sanitarie aggiornate, sviluppando programmi specifici per singoli stati o gruppi di nazioni.
Il servizio attivato dall’UNITeS invece vuole creare un corpo di volontari esperti e provenienti da tutto il mondo, in grado di porre le proprie competenze al servizio dei paesi in via di sviluppo, al fine di aiutarli a beneficiare concretamente della rivoluzione digitale. L’area d’intervento e’ assai vasta ed abbraccia ogni campo dello sviluppo umano.

E l’Italia che fa?
Molto poco. Milioni di persone restano a tutt’oggi privi di collegamenti veloci (banda larga). Di banda larga non parla le legislazione italiana ne’ quella europea. Il territorio italiano che non ne gode e’ troppo, siamo sotto la media europea, mentre e’ coperto il 95% dell’Inghilterra e il 90% della Francia. Il primo paese al mondo per la banda larga e’ il Giappone, con un mix di tecnologie, principalmente fibra ottica e wireless, e un intervento diretto e massiccio da parte dello Stato.
In Francia e Regno Unito abbiamo tecnologie wireless.
(...)
La banda larga e’ anche una necessita’ del mondo dell’universita’ e della ricerca scientifica, che lavorano su una grande mole di dati e utilizzano la rete come strumento da cui attingere potenza di calcolo.
L’Associazione Anti Digital Divide si batte da anni per abbattere il DD e per la diffusione della banda larga in Italia nonche’ per la diminuzione delle tariffe ADSL.
Ma le tecnologie disponibili nel mercato italiano sono penalizzanti, e nemmeno confrontabili con la qualita’ della banda larga via cavo.
Il tema del divario digitale e’ tra le priorita’ di organizzazioni internazionali, governi ed aziende multinazionali.
Se l’apartheid digitale persiste saremo tutti sconfitti.

Di seguito un link alla Newsletter Form@re di gennaio 2009 che offre un'analisi proprio rispetto alle innovazioni tecnologiche citate nel soprastante articolo, con riferimento al Convegno di Bangalore del 1998.

http://formare.erickson.it/archivio/gennaio_09/1_PANTO.html

martedì 12 maggio 2009

PICCOLO GLOSSARIO


Cari amici, questa è più o meno la mia espressione (povero Munch se vedesse come si è ridotto il suo "Urlo" !!) da quando, grazie anche ai "Google alert" mi arriva materiale sul Digital Divide, perché, se è pur vero che il mio interesse è soprattutto dal punto di vista sociale, mi imbatto continuamente in una terminologia tecnica per me arcana ... dalla quale non posso prescindere.
Forse però non sono l'unica vittima di questa società tecnologica dell'informazione e quindi appunto 3 definizioni che sono l' "abc" della terminolgia informatica:
RETE IN RAME: è costituita da cavi di piccola e grande capacità formati da coppie simmetriche di conduttori in rame sviluppata fin dalla nascita del servizio telefonico per collegare le unità immobiliari alle centrali. E' la connessione tradizionale, di cui non è possibile ridurre i costi di gestione ormai consolidati e in aumento con l’età media della rete stessa.
BROADBAND: è sinonimo di banda larga. Indica la larghezza della banda di rete ossia la capacità di convogliare con un unico mezzo diversi segnali allo stesso tempo.
BANDA LARGA: con la dizione banda larga ci si riferisce in generale alla trasmissione dati dove più dati sono inviati simultaneamente per aumentare l'effettiva velocità di trasmissione. Nell'ambito della teoria dei segnali questo termine è usato per indicare i metodi che consentono a due o più segnali di condividere la stessa linea trasmissiva.
Nella legislazione italiana ed europea manca una definizione ufficiale di banda larga.
Tuttavia la commissione Europea usa il termine Banda larga in un'altra accezione: come sinonimo, cioè, di connessione più veloce (“alta velocità”) di quella assicurata da un normale modem. In questo senso la più tipica banda larga sarebbe quella assicurata dalla connessione a fibre ottiche.
A volte questa parola è usata come sinonimo di una linea ADSL.
La diffusione della banda larga è considerata un fattore di crescita economica e occupazionale di un Paese. In Italia è penalizzata dalla carenza di infrastrutture.
FIBRA OTTICA: le comunicazioni in fibra ottica sono un metodo per trasmettere informazione da un luogo ad un altro inviando luce attraverso una fibra ottica. La luce forma una portante elettromagnetica che viene modulata per trasportare informazione.
Sviluppati per la prima volta negli anni '70, i sistemi di comunicazione in fibra ottica hanno rivoluzionato l'industria delle telecomunicazioni ed hanno giocato un ruolo fondamentale nell'avvento dell'Era dell'Informazione. A causa dei vantaggi rispetto alle trasmissioni elettriche, le trasmissioni in fibra ottica soppiantano le comunicazioni su rame.
Comunicare tramite fibra ottica richiede i seguenti passaggi: creare il segnale ottico usando un trasmettitore; trasmettere il segnale in fibra (senza che diventi debole o distorto); ricevere il segnale ottico e convertirlo in elettrico.
Le fibre ottiche sono usate da numerose aziende della telecomunicazioni per trasmettere segnali telefonici, comunicazioni internet e tv via cavo, a volte sulla stessa fibra ottica.
E per concludere, adesso che conosco qualche termine in più ... una piccola chicca recuperata in Internet ...
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"Svelati nuovi agghiaccianti dettagli del rapporto Caio sul digital divide italiano"
I dati ufficiali sul broadband italiano sono negativi, ma la verità è più agghiacciante. Secondo Francesco Caio, il super-consulente incaricato dal Governo di studiare il problema del digital divide nazionale, la copertura della rete broadband sarebbe sovrastimata.
Nel suo rapporto – non ancora diffuso, ma svelato parzialmente da "Panorama" – viene infatti evidenziata la differenza sostanziale tra la reale connettività broadband e la banda larga di paccottiglia."Se calcolata sulla base della popolazione telefonica allacciata a centrali abilitate alla banda larga, la copertura del servizio risulta superiore al 95 per cento", scrive Caio. Peccato che in molte zone d'Italia quello che il marketing vende come "banda larga" è un servizio preistorico da meno di un 1 Megabit/sec.
"Eliminando le zone dove la copertura non è disponibile per problematiche tecniche o dove il servizio è solo marginale (banda minima inferiore a 1 Mb), la popolazione in digital divide sale al 12 per cento, pari a 7,5 milioni di cittadini", continua Caio.
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L'articolo riporta che il digital divide italiano è concentrato nelle aree suburbane e rurali e che ad oggi il 43% dei comuni ne soffrirebbe!

lunedì 11 maggio 2009

Digital Divide e Università di Padova

Cari amici,
ho trovato un link ad un'iniziativa del 12 maggio del 2007 organizzata dall'Università di Padova (Centro Interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli) e dalla Regione Veneto, e promosso dall'Associazione Faber Libertatis, sul tema del Digital Divide.

http://www.centrodirittiumani.unipd.it/a_bacheca/bachecaview.asp?key=151

Sarebbe interessante avere gli atti di questo incontro che affronta il tema soprattutto nell'ottica dei paesi più svantaggiati (anche se il digital divide è presente ovunque) ... se qualcuno che legge il blog trovasse il materiale on-line, sarebbe bello poterlo avere a disposizione di tutti i lettori di questo blog!

Immagini più delle parole



Cari amici del cyberspazio,
per introdurre il mio blog avrei potuto scrivere tante cose, fra cui, ad esempio, una delle definizioni di "digital divide" che si incontrano navigando ..."Con digital divide (divario digitale, spesso abbreviato in DD) si intende il divario esistente tra chi può accedere alle nuove tecnologie e chi no" (tratto dall social software Wikipedia).
Ma mi è sembrato che la foto qui ha lato, che ho "rubato" al logo dell'Associazione onlus "Informatici senza frontiere" -ISF (www.informaticisenzafrontiere.org) cogliesse meglio di qualsiasi parola
l'aspetto sociale-economico-politico che è al contempo origine e causa del perpetrarsi del divario digitale, per combattere il quale ognuno di noi, individualmente o magari attraverso gli enti/società per cui lavoriamo, può dare il proprio apporto.